Numida meleagris

GALLINE DI FARAONE SELVATICHE
(Numididae)

I Numididi o Galline di Faraone (Pintades, Guinea Fowls, Perlhuner) in senso largo, sono galliformi piuttosto grandi e robusti; il corpo è a forma simile ai polli, ma decisamente più snello.
Quasi sempre non sono presenti sproni o, se questi sono presenti si tratta piuttosto di bitorzoli ottusi, non perforanti come quelli dei fagiani e dei galli.
Inoltre il loro capo, in entrambi i sessi, ed il collo, sono in gran parte nudi, con pelle variamente pigmentata e spesso turgida. Le ali raggiungono in lunghezza la base della coda, le cui timoniere sono molto brevi, depresse e sovrapposte, mentre le copritrici caudali raggiungono quasi sempre l'estremità della coda (Ghigi A., 1936). Nello scheletro, le galline di faraone offrono disposizioni particolari che le differenziano dagli altri Galliformi alettropodi. Due vertebre sacrali e precisamente la terza e la quarta dopo quella che regge l'ultimo paio di costole, sono provviste di robusti processi trasversi che reggono gli ilei, mentre nei galli soltanto la terza vertebra è munita di tali processi.
Nelle Numide dodici vertebre e non undici, come nei galli sono attaccate alle pelvi e cinque o sei, secondo i generi, sono libere, oltre al pigostilo, mentre nei galli tali vertebre sono sempre cinque.
Prescindendo da altri caratteri osteologici riguardanti il cranio e lo sterno, rileveremo che nelle galline di faraone il 3° metacarpale è semplice alla sua base dove si unisce al 4° mentre nei fagiani e nei polli offre un espansione laminare, che copre la base del quarto metacarpale. Per quanto riguarda il rivestimento del tarso - metatarso, nelle galline di Faraone le squame del lato posteriore del metatarso sono pentagonali, più o meno ridotte e non formano una fila embricata distinta, questo carattere è meno evidente nei generi Phasidus ed Agelastes. Le Galline di Faraone, eccettuati questi due ultimi generi hanno una livrea caratteristica, quasi uniformemente picchiettata di macchie a forma di perle bianche o azzurre (Ghigi A., 1968; A.A.V.V., 1968, 1972, 1994).
I generi Phasidus ed Agelastes i quali si accostano presumibilmente alle forme stipiti o progenitrici hanno numerose e sottilissime strie ondulate su fondo più scuro. Le Galline di Faraone abitano l'Africa e sono fra i più grossi gallinacei di questa parte del mondo.
Talune specie sono forestali e vivono nelle parti più folte ed impenetrabili dei boschi e delle foreste pluviali, altre invece abitano le savane e le boscaglie rade ricche di acacie.
La sistematica di questo genere ha interessato nel passato alcuni fra i più valenti ornitologi tra cui merita senz'altro di essere ricordato l'illustre professor Alessandro Ghigi che si occupò a più riprese di studiare le varie forme di faraone sia con studi morfologici sia allevandole personalmente nel suo aviario. In particolare il professor Ghigi si occupò dello studio delle varie livree nelle razze domestiche di faraona chiarendo alcuni punti riguardanti la trasmissione ereditaria delle mutazioni del colore del piumaggio.
Allo scopo di inquadrare in modo più preciso il gruppo delle Faraone mi sembra opportuno riportare alcuni brevi cenni riguardanti la classificazione di questi Galliformi; in quanto già nel recente passato una conoscenza sommaria di alcune specie e sottospecie portò a fraintendimenti fra i vari studiosi (Ghigi A., 1936, 1968; Voitellier C., 1915).
Per quanto riguarda i generi Phasidus ed Agelastes essendo questi ultimi assai diversi per morfologia ed abitudini risulta inutile trattarli.
I generi Guttera e Acryllium pur presentando somiglianze notevoli con le altre Faraone interessano maggiormente l'avicoltura amatoriale e non sono mai stati oggetto di un serio allevamento essendo assai difficile la loro riproduzione in cattività.

GALLINE DI FARAONE PROPRIAMENTE DETTE


Numida Linneo
A questo gruppo appartiene il genere Numida che con le sue numerose specie e sottospecie popola vaste zone dell'Africa equatoriale.
Caratteristiche distintive di questo genere sono il capo nudo che presenta al suo apice un processo osseo a forma di cimiero ricoperto da un elmo corneo più o meno sviluppato, un paio di bargigli di consistenza cartilaginea scendono sui lati della mascella fino alla base del becco. Un cercine carnoso ricopre le narici mentre le gote ed una porzione più o meno estesa del collo e della nuca sono pigmentate variamente e caruncolose; tali porzioni della testa sono provviste di penne piuttosto rade, con barbe più o meno ridotte e spesso addirittura trasformate in setole.
Il tarso è coperto di squame trasversali nella faccia anteriore, mentre in quella posteriore e sui lati è rivestito di scudetti pentagonali; e sprovvisto in entrambi i sessi degli sproni. La coda è composta di sedici penne piuttosto brevi e tondeggianti; il paio mediano delle quali è appena più lungo del paio più esterno.
Le copritrici caudali sono lunghe poco meno delle timoniere. Il colore fondamentale del mantello è nero o grigio scuro, picchiettato di bianco: le macchie sono tondeggianti od ovali più o meno grandi; a forma di perle: in talune forme, sulle remiganti e sulle copritrici, alcune macchie possono riunirsi a costituire strie trasversali. Alla base del collo le penne possono essere uniformemente rossicce o bluastre ovvero striate o macchiate di bianco sul fondo nero. Esistono anche condizioni intermedie. I bargigli variano nella forma e nel colore: la prima può essere romboidale, a losanga o picciuoliforme nei casi estremi. Il colore può essere azzurro, rosso oppure macchiato di entrambi i colori.
La pelle nuda del capo può essere bianca o verde o azzurra, mentre il cimiero si può presentare in varie gradazioni di marrone variabile in forma e colore. La pelle del metatarso e del piede è sempre nera o grigio ferro e solo nelle razze domestiche della specie Meleagris può essere gialla. Le uova sono di colore rossastro uniformemente e marcatamente ovali dotate di guscio più resistente che in qualsiasi altra specie di galliforme (Ghigi A., 1936).
Possiamo suddividerle questo genere in quattro raggruppamenti:

· Gruppo della Numida meleagris meleagris L.
· Gruppo della Numida meleagris ptilorhyncha
· Gruppo della Numida meleagris mitrata
· Gruppo della Numida meleagris reichenowi

Gruppo della Numida meleagris meleagris L.
Comprende quattro sottospecie. Erano dette Numidiche e nel periodo di Roma antica provenivano dalle coste del nord Africa per rifornire i ricchi banchetti dei nobili signori. Tutto ciò non ci deve stupire perché nel periodo sopracitato, la Numidia corrispondeva all'attuale Algeria coperta nella parte meridionale di ricche foreste e sconfinate savane dove pascolavano insieme alle nostre Faraone gli elefanti che divennero poi famosi per l'uso bellico fattone dai Cartaginesi.
Proprio dalle Faraone della Numidia hanno preso origine le razze domestiche attualmente allevate. Tale gruppo si estende inoltre largamente in tutta l'Africa Occidentale (Ghigi A., 1936).

Numida meleagris meleagris L.(N. m. galeata Pallas) - Si distingue da tutte le altre forme per avere le penne che circondano la base del collo di una tinta violaceo-rossastra o rosso vinoso. Il colore delle parti superiori è fondamentalmente grigio, mentre nelle parti inferiori è nerastro. Tutta la livrea è cosparsa di piccole macchie a perla di colore bianco contornate da un margine più scuro. Le penne del collo e della nuca sono setoliformi. L'elmo è piuttosto basso e i bargigli sono piuttosto grandi tondeggianti a punta ovale. La parte posteriore del collo e la gola sono bluastre, la fronte ed i bargigli rossi, le gote ed i lati del collo di un bianco latteo uniforme. Lunghezza circa 500-550 mm.
Abita l'Africa Occidentale, Senegal, Gambia, Nigeria settentrionale e Camerun (Ghigi A., 1936).

gruppo di Numida meleagris m. nel loro ambiente naturale (Africa)
Numida meleagris meleagris

Numida meleagris marchei Oustalet.
Questa sottospecie si distingue per l'elmo corneo più piccolo, appena accennato, per i bargigli pure più piccoli e dall'aspetto più appuntito nonché per il colore della base del collo di un lilla tendente all'azzurro anziché al rossiccio. Il colore generale della livrea è più scuro.
Questa forma è distribuita nelle savane del Gabon fino al basso e medio Congo (Ghigi A., 1968).

Numida meleagris sabyi Hartert.
Differisce dalla sottospecie nominale per il colore fondamentale delle penne più decisamente nero; le macchie bianche del petto sono più piccole cosicché questa parte appare più scura. La grande area violacea intorno alla base del collo è generalmente assente e, se presente in qualche esemplare, è tinta di purpureo e non è uniforme ma striata di bianco.
Questa sottospecie è confinata agli alvei rocciosi degli affluenti del Bou-Reg-Reg superiore ed alto Oued Beth nel Marocco (Ghigi A., 1968).

  
  
  
Numida meleagris sabyi Hartert
  

Numida meleagris callewaerti Caphin.
Forma intermedia tra N.m.marchei e N.m.marugensis le penne della base del collo sono fortemente sfumate di bruno lavanda o bluastro, ma finemente rigate, per la maggior parte di bianco.
Centro di diffusione di questa forma è la regione di Luluaburg (Ghigi A., 1968).

Gruppo della Numida meleagris ptilorhyncha
Comprende otto sottospecie. Testimonianze scritte da Varrone e Columella risalenti all'impero romano confermano l'ipotesi di un tentativo di domesticazione di questo gruppo. Si deve tener conto, infatti, che alcuni secoli addietro grazie alle condizioni climatiche favorevoli l'areale di distribuzione di questi Numididi comprendeva il delta del Nilo. Quindi risultava facile che durante gli intensi scambi commerciali sulle coste del mediterraneo alcuni individui di queste Faraone giungessero nelle uccelliere dei potenti signori Romani e Greci, come risulta del resto da numerosi mosaici e opere artistiche dell'epoca. Si tratta di un gruppo ampiamente diffuso nell'Africa Orientale (Ghigi A., 1936).

Numida meleagris ptilorhyncha (N. m. meleagris)
Questa forma si distingue per la presenza di un pennello di appendici cornee piuttosto lunghe ed erette, situate sulle narici. Il collo è interamente vestito di penne: quelle che limitano le parti nude del capo sono nere con barbe normali, vellutate rivolte in alto e costituiscono un vero e proprio collaretto, che delimita le gote e la nuca. L'elmo è poco sviluppato, di colore bruno pallido, cereo, come tutta la parte superiore del capo. I bargigli sono piuttosto grandi, ovali, tendenti alla forma di losanga, interamente azzurri, come pure è azzurra la pelle delle gote. Le remiganti secondarie hanno una striscia grigio-violacea sul vessillo esterno, la quale costituisce nell'ala chiusa una sbarra longitudinale appariscente e del tutto caratteristica. Le copritrici delle secondarie hanno un vessillo esterno, invece di perle, strie oblique integre, bianche. Il collo è chiaramente striato in senso trasversale alla base, senza traccia di violaceo. Le perle sono in generale più piccole che in meleagris e lo sfondo del piumaggio meno grigio (Ghigi A., 1936).

  
  
  
Numida meleagris ptilorhyncha
  

Numida meleagris major Hartlaub
E' questa una sottospecie nella quale, oltre a mole maggiore, le remiganti primarie hanno il vessillo interno completamente nerastro, senza le solite macchie bianche ordinate in tre strie longitudinali. L'elmo è pochissimo appariscente, qualche volta nullo.
Abita il Sudan egiziano arrivando fino all'Uganda ed al Ruwenzori (Ghigi A., 1936).

Numida meleagris macroceras Erlanger
Questa sottorazza geografica è simile per grandezza e colore alle altre, ma possiede un elmo distintamente più grande, quasi quanto quello di N. coronata. La sua altezza varia negli esemplari adulti da 2,8 a 3 cm. l'elmo nella femmina è meno sviluppato.
Abita la regione del Lago Rodolfo e la valle del Rift fino al basso corso del Turkwel e verso est fino al territorio di Meru, nei dintorni del Kenya (Ghigi A., 1968).

Numida meleagris omoensis Neumann
Elmo alquanto più piccolo che non nella razza precedente: pennello corneo nasale più sviluppato che non nelle altre forme, ad eccezione della somaliensis. Pelle del capo assai contratta e grinzosa.
E' localizzata nella valle del Omo e dei suoi affluenti (Ghigi A., 1968).

Numida meleagris neumanni Erlanger
Elmo appariscente, tondeggiante sulla punta ed alquanto curvato in dietro; appendici cornee nasali piuttosto corte, ma rigide e robuste. Estrema punta dei bargigli rossa.
Abita l'Ussogo (Ghigi A., 1968).

Numida meleagris toruensis Neumann
Elmo pronunciato arrotondato e curvato in dietro. Appendici cornee nasali poco pronunciate o assenti. Bordo esterno delle secondarie anteriori variabili e indistintamente picchiettate di grigio o di nero e nettamente attraversate da righe bianche; anche le copritrici delle secondarie variano da esemplare ad esemplare essendo ora parzialmente punteggiate ora interamente striate. Alcuni esemplari provenienti dal Congo e più precisamente dal fiume Holulu hanno la punta dei bargigli bruna.
Si trova nella valle del Semliki superiore e sulle rive settentrionali del Lago Edoardo intorno alla base meridionale del Ruwenzori e, ad est, verso il lago Wamala (Ghigi A., 1968).

  
  
  
Numida meleagris toruensis Neumann
  

Numida meleagris somaliensis Neumann
Collo nudo con ciuffetto di penne lancettiformi più rade che nella tipica ptilorhyncha nella parte posteriore della nuca; colossale sviluppo delle appendici nasali molto più lunghe ed abbondanti che non in tutte le altre forme. Bargigli più piccoli rispetto alla capostipite del gruppo, color legno all'estremo esterno. Remiganti secondarie con sfumatura violacea nel bordo esterno, copritrici con strie interrotte e perle.
Abita la Somalia settentrionale (Ghigi A., 1968).

  
  
  
Numida meleagris somaliensis Neumann
  

Numida meleagris strasseni Reichenow
Appartiene indubbiamente al gruppo della ptilorhyncha, alla quale assomiglia per la forma del corpo, e le appendici cornee nasali che talvolta mancano. Ne differisce per il colore fondamentale più scuro nel quale la fine tinteggiatura è più marcata inoltre la base del collo è spesso sfumata come in meleagris. Questa forma intermedia fra i due gruppi si trova nelle savane a nord della foresta equatoriale della regione del Bangui e in alcune anse del fiume Ubangi (Ghigi A., 1968).

Gruppo della Numida meleagris mitrata
Comprende otto sottospecie. Distribuite dell'Africa Orientale e Meridionale. Importata anche nell'isola di Madagascar e Zanzibar. Tentativi di acclimatazione compiuti nei primi decenni di questo secolo nell'Italia settentrionale confermano l'impossibilità di acclimatare la sottospecie mitrata; mentre la sottospecie coronata molto grande e robusta riesce in breve tempo ad abituarsi al nostro clima.

Numida meleagris mitrata Pallas
Si distingue dalle specie dei gruppi precedenti per i bargigli lunghi, stretti e sottili. Il cimiero è molto più grande che non in meleagris e ptilorhyncha, più lungo alla base e di colore ceruleo: la fronte, l'occipite e la punta dei bargigli sono rossi il resto delle parti nude, simili per estensione a quelle della meleagris, verde-azzurrognolo. Narici lisce setole del collo di medio sviluppo. Il collo è inferiormente segnato in bianco ed in nero in senso trasversale. La macchiatura è diversa da quella delle forme precedenti, perché il colore fondamentale è nero, con pochi spruzzi bianchi, distribuiti a piccoli gruppi che non confluiscono a reticolo. Le macchie a perla sono perfette anche nel vessillo interno delle primarie. Si può dire che questa è la forma in cui la macchiatura a perla ha raggiunto il massimo della perfezione.
Abita l'Africa Orientale lungo la costa da Mombasa al Monzambico meridionale, spingendosi all'interno fino alla valle del Loangwa e dalla sponda del lago Tanganyka. E' stata importata a Madagascar nelle isole mascarene, nella Mayotte e nella grande Comorra (Ghigi A., 1936).

  
  
  
Numida meleagris mitrata Pallas
  

Numida meleagris coronata Guerny
E' caratterizzata da un cimiero molto grande, compresso e generalmente curvato in dietro, la cui base occupa quasi tutta la calotta cranica. I bargigli sono molto lunghi, stretti e terminano in una punta ovale: azzurri con metà apicale rossa; di questo colore sono le parti superiori del capo, mentre le guance e il collo sono azzurro pallidi. Lunghezza che è 500-600 mm.
Abita la metà occidentale della provincia del Capo, la Caffreria, il Natal ed il Transvaal (Ghigi A., 1936).

  
  
  
Numida meleagris coronata Guerny
  

Numida meleagris maxima Neumann
L'elmo è giallo rossastro; la maggiore estensione delle strie bianche e nere del collo raggiunge il petto, il cimiero è spesso rivolto fortemente in dietro ed in basso. Le parti nude sono azzuro-rosate, con le punte dei bargigli e la fronte carnei. E' la più grossa Numida conosciuta raggiungendo 680 mm di lunghezza.
Abita gli altipiani dell'Angola meridionale, l'esemplare tipo fu catturato a Coconda (Ghigi A., 1968).

  
  
  
Numida meleagris maxima Neumann
  

Numida meleagris marungensis
Ha elmo giallastro. Abita la Rhodesia sud occidentale fino al confine con il Congo e l'Angola (Ghigi A., 1968).

Numida meleagris papillosa
Possiede un elmo intermedio tra quello della Reichenowi e quello della coronata. La sua caratteristica principale è quella di avere un gruppo di papille tondeggianti sulle narici.
Vive nelle regioni prossime al deserto del Kalahari.

  
  
  
Numida meleagris papillosa
  

Numida meleagris intermedia
Numida meleagris damarensis Roberts

due immagini di Numida meleagris damarensis Roberts

Numida meleagris transvaalensis
(Ghigi A., 1968)

Gruppo della Numida meleagris reichenowi
Comprende quattro sottospecie a distribuite tra il Kenya e la Tanzania. Possiedono un cimiero assai sviluppato eretto chiaramente più alto che largo alla base. Secondo Neumann, il cimiero è diritto solo nei giovani esemplari, mentre negli adulti è curvato come in coronata.

Numida meleagris reichenowi
Possiede bargigli ovali interamente rossi mentre il resto delle parti molli del capo è azzurro pallido. Il cimiero è assai sviluppato mentre le penne del collare presentano spesso strie bianche lungo il rachide più frequentemente nei giovani e a volte anche negli adulti.
Abita le regioni che attorniano il Kilimangiaro fino alle rive orientali del lago Vittoria e a sud verso la Tanzania.
Numida meleagris nhehensis.
Numida meleagris rickaewe.
Numida meleagris frommi.
(Ghigi A., 1936)

 
 
 
testa Numida meleagris reichenowi
Numida meleagris reichenowi
 

Recenti revisioni sistematiche hanno posto in essere numerose modifiche alla precedente classificazione. Considerando a mio avviso queste in grado di ingenerare dubbi, si è deciso di rispettare la vecchia nomenclatura e si riporta qui di seguito la modifica già da qualche anno adottata nei paesi anglosassoni.
Numida meleagris ptilorhynca diventa Numida meleagris meleagris
Numida meleagris meleagris diventa Numida meleagris galeata
Le precedenti sottospecie sono attualmente accorpate in sole 9 e precisamente: marchei, callewaerti e blancoui attualmente incluse in N. m. galeata; major, inermis, omoensis, macroceras, neumanni, toruensis, intermedia e uhehensis incluse in N. m. meleagris; ansorgei inclusa in N. m. reichenowi; maxima, frommi, rikwae e bodalyae incluse in N. m. marungensis; papillosa inclusa in N. m. damarensis; transvaalensis e limpopoensis incluse in N. m. coronata; N. m. sabyi; N. m. somaliensis e N. m. mitrata (A. A: V. V., 1994)

DOMESTICAZIONE DELLA FARAONA

coppia di Faraone - stampa d'epoca


LE FARAONE NELL'ANTICHITA'
Conosciuta e allevata già dagli antichi, la gallina di Faraone era dai Greci utilizzata per le carni e anche per i sacrifici agli dei. Il suo nome scientifico è legato appunto a un'antica leggenda greca, che ne fece il simbolo dell'amor fraterno. Si narra infatti che Meleagro, figlio di Eneo re di Etolia, caduto ucciso nelle terribili lotte scatenate dalla dea Artemide, irata per essere stata dimenticata nei sacrifici, venisse pianto a lungo dalle sorelle che non trovavano alcuna consolazione. Gli dei allora, impietositi dallo strazio delle fanciulle, le tramutarono per mettere fine ai loro patimenti nei graziosi uccelli destinati a portare in eterno le tracce delle lacrime versate: le perle bianche che spiccano sul fondo scuro della livrea.
Scrive della faraona in un suo trattato Ateneo, autore greco che afferma che questo uccello ha la pelle del capo e del collo "color d'argilla tendente al rossastro".
Varrone e Columella parlano poi delle faraone dette Africane (N. m. ptilorhyncha) e affermano che queste, provenienti dall'altopiano etiopico nel Sudan e lungo il Nilo venivano importate a Roma e tenute ad ingrassare in uccelliera o in libertà nelle piccole isole del Tirreno.
Un Socrate scrittore di Medicina vissuto pare, nel secolo I o II d. C. afferma nella sua opera "I confini, i luoghi, il fuoco, le pietre" che le faraone "Africane" una volta catturate non si addomesticano e non emettono voce, lasciate libere di nuovo riprendono voce.
Le altre Numidiche, che erano di provenienza occidentale, né la cosa deve fare meraviglia perché ai tempi di Roma antica la Numidia (oggi Algeria) era coperta nella parte meridionale di foreste e di ubertose savane, venivano tenute in domesticità presso le lussuose case patrizie.
Con le invasioni barbariche pare che questi uccelli scomparvero dal continente europeo poiché negli scritti dell'epoca non ne viene dato alcun cenno. Risulta che la specie venne reintrodotta dai primi navigatori portoghesi intorno al XV secolo prelevandole dalle loro colonie nell'Africa Occidentale. Gli stessi portoghesi, per la regolarità del piumaggio chiamarono la faraona, Pintado cioè uccello dipinto. Introdotte dai colonizzatori nel nuovo continente, le galline di Faraone si acclimatarono assai bene e si riprodussero in assoluta libertà nelle praterie e nelle foreste dove ancora oggi esistono (Ghigi A., 1936, 1968; Golisano R., 1926; Balasini D., 1995; Fracanzani C. L., 1981).

 

ALLEVAMENTO TRADIZIONALE
L'allevamento della faraona era da sempre diffuso nelle campagne rurali di Veneto, Emilia e Lombardia. Di solito le faraone destinate alla riproduzione, in ragione di un maschio e due femmine per gruppo, venivano allevate in libertà si può dire completa, dato che i volatili preferivano appollaiarsi sugli alberi piuttosto che rifugiarsi la notte nel pollaio e di conseguenza vivevano veramente all'aperto. Le faraone adulte vagabondavano nei campi dove cacciavano insetti e beccavano semi anche minuti di erbe infestanti o foraggiere, non famigliarizzando con le galline dell'aia trovavano invece affinità con i tacchini con i quali amavano pascolare in gruppo. La deposizione di uova di faraona avveniva di solito in un nido a terra lontano dalla corte, nel grano, in un prato o nel folto di una siepe. Era senza dubbio questo il maggior inconveniente del metodo di allevamento in libertà, dato che spesso molte uova andavano perdute. Giova ricordare che la deposizione delle uova avviene nelle ore calde, preferibilmente intorno al mezzogiorno e che una volta scoperto il nido generalmente le faraone lo abbandonano. La deposizione delle femmine allevate in libertà iniziava normalmente nell'Italia Settentrionale a fine Marzo e durava fino a tutto Settembre; qualche femmina deponeva anche fino alla prima decade di Ottobre. In annate con inverno particolarmente mite si potevano raccogliere uova fino a fine Febbraio, ma si trattava generalmente di uova non feconde. Primi tentativi di razionalizzare l'allevamento della faraona, in ragione di una forte richiesta di faraoncini di un giorno, portarono gli agricoltori a formare gruppi sempre più numerosi, addirittura in qualche caso si ottennero schiuse superlative dall'incubazione di uova deposte da femmine servite da maschi immessi nel gruppo in ragione di uno ogni 7-8 femmine. Il sistema brado presentava però scarsa praticità nella raccolta delle uova , nella cattura dei soggetti per eseguire le vaccinazioni e la somministrazione di antielmintici, avendo per contro ridottissime spese di alimentazione dato che i volatili sfruttavano al massimo le risorse offerte dal pascolo (Fracanzani C. L., 1981; Balasini D., 1995).

VACCINAZIONI

INDUSTRIALIZZAZIONE DELL'ALLEVAMENTO
Fu proprio l'Osservatorio Avicolo di Padova impegnato nella ricerca volta a fissare un tipo di faraona "taglia pesante" nel lontano 1962 che, alloggiando animali in apposite batterie poste in stanze riscaldate e con opportuna integrazione luminosa, fu in grado di dimostrare la possibilità di sfruttare in modo razionale le potenzialità produttive di questa specie che fino ad allora veniva allevata generalmente in modo empirico. Interessanti contatti avvennero pure tra il Prof. C. L. Fracanzani e il Prof. Weisman, direttore dell'Istituto delle Scienze e Ricerche animali di Novosibirsk riguardo la deposizione ottenuta con particolari accorgimenti dalle faraone in Siberia. I dati dimostrarono che le produzioni medie in cinque mesi (Maggio-Settembre) si aggiravano intorno alle 100 uova con punte di 120 uova. Inoltre sia il gruppo in esame in Italia che quello presente in Siberia con una certa frequenza, produssero tre uova in due giorni, con un intervallo medio di deposizione di 16 ore, dimostrando così le enormi possibilità di sfruttamento per la produzione delle uova. Negli anni che seguirono l'allevamento della faraona subì continuamente un'espansione ed in seguito i produttori francesi si affermarono quali leaders in questo allevamento. Fu ideata ed applicata sistematicamente la fecondazione artificiale e le ovaiole furono alloggiate in comuni batterie da deposizione, risolvendo così il problema della scarsa propensione di questa specie nel deporre nel nido. Inoltre la selezione di ceppi pesanti fu in grado di fornire animali adatti alla distribuzione commerciale, diventando così da produzione stagionale, presenza costante (Fracanzani C. L., 1971).

MUTAZIONI INSORTE NELLA FARAONA DOMESTICA


PESO
Interessante è la variazione del peso che si è osservata con la domesticazione: mentre nella faraona selvatica il peso, uguale nel maschio e nella femmina, non supera 1.1 Kg, nella forma domestica si osserva un netto dimorfismo sessuale. Infatti il peso del maschio è sempre notevolmente inferiore rispetto a quello della femmina che può raggiungere e spesso superare i 2 Kg.

ELMO BARGIGLI E TARSI
L'elmo ed i bargigli della forma domestica sono molto più grandi di quelli della forma selvatica. I tarsi, che in tutte le faraone selvatiche sono grigio-nerastri, nelle faraone domestiche possono essere totalmente giallo-arancio oppure neri macchiati di giallo.

testa di Faraone maschio
testa di faraona (bargigli rivoltati in avanti) nella invece i bargigli sono più piccoli, dritti e ben affiancati sotto la testa

MONOGAMIA
Le faraone selvatiche sono strettamente monogame: questa caratteristica rappresentò un certo ostacolo nell'allevamento di questo galliforme. Attualmente con l'allevamento semibrado i rapporti tra maschi e femmine possono essere 1 a 3, ma un vero progresso nella riproduzione di tale animale si è ottenuto solo recentemente con l'allevamento delle femmine in batteria e con l'ausilio della fecondazione artificiale.

coppia di Faraone (la femmina, quella davanti protegge i faraoncini sotto di se) se infastidite durante questo delicato periodo possono diventare aggressive anche nei confronti dell'uomo. Il maschio accompagna e aiuta la femmina nell'allevamento dei piccoli
  di Faraone grige

DEPOSIZIONE E PESO DELL'UOVO
Le faraone, allevate in libertà nell'allevamento rurale nell'Italia settentrionale, depongono da marzo a settembre. Quelle allevate intensivamente con particolari accorgimenti ambientali (riscaldamento) diluiscono la deposizione nell'arco dell'intero anno, raggiungendo punte di 100-200 uova del peso di circa 45 g, con guscio durissimo, colorato di rosso mattone slavato, di forma ovoidale con polo acuto e polo ottuso ben distinguibile. Ricerche compiute anche in Italia (Fracanzani C. L., 1971) dimostrarono la possibilità di indurre l'ovulazione stabulando animali in batterie di deposizione in locali riscaldati durante la brutta stagione, iniziando così lo sfruttamento industriale della faraona.

araona "chioccia" con la covata
faraoncine appena nate
faraona con covata foto Feathersite.com
faraoncini di un giorno

LIVREA
Numerose sono le mutazioni insorte nella livrea della faraona, tanto che le molte razze presenti si differenziano quasi esclusivamente per questo carattere che comunque non è mai stato utilizzato a livello commerciale dove l'unica razza allevata a livello industriale è quella grigia.
Una classificazione precisa delle colorazioni esistenti viene data da alcuni studiosi americani, che contraddistinguono le razze in tre categorie: perlatura completa, perlatura ridotta e assenza di perlatura (presente solo nei ceppi statunitensi).
Sembra esistere, a dire dei ricercatori americani, un ceppo industriale a colore grigio diluito detto French, che dovrebbe corrispondere alle comuni faraone presenti in commercio in Italia.

mutazioni nelle livree delle faraone


esempi di mutazioni nelle livree delle faraone
Poster tratto dal sito www.guineafarm.com

mutazioni nelle livree delle faraone


a cura del Dr. Alessio Zanon - Università di Parma

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